Nasce il Fondo per il Commercio Equo. Ma per la Legge ancora uno stop


Finalmente una buonissima notizia per il movimento del Commercio Equo e Solidale.

Dopo una lunga nottata di discussione sulla legge finanziaria, lo scorso 20 dicembre è stata approvata in Commissione Bilancio alla Camera l’istituzione di un fondo per il Commercio Equo e Solidale di un milione di euro a partire dall’anno 2018 e l’inserimento di meccanismi incentivanti per le imprese che partecipano a gare d’appalto pubbliche per la fornitura di servizi delle pubbliche amministrazioni.
Leggi il comunicato stampa delle associazioni del movimento del Commercio Equo e Solidale italiano, a cui appartiene anche Equo Garantito.

Resta invece in stallo la Legge sul Commercio Equo, approvata oltre un anno fa dalla Camera e ancora in attesa di approvazione dal Senato. Lo scioglimento delle Camere firmato il 28 dicembre scorso dal presidente della Repubbica Sergio Mattarella ha spazzato via le speranze di vedere approvato questo importante disegno di legge entro lo scadere della legislatura.

Ora occorrerà attendere le prossime elezioni politiche del 4 marzo e l’insediamento delle nuove camere: ecco perché l’inserimento nella legge finanziaria 2018 dell’emendamento che istituisce il Fondo per il Commercio Equo è stato un passo di grande importanza. Ha di fatto sancito anche ufficialmente – se ce ne fosse ancora bisogno – l’importanza del Commercio Equo e Solidale a livello nazionale.

“In attesa dell’approvazione finale della legge finanziaria” si legge nel comunicato stampa congiunto “speriamo davvero che questo sia un primo passo verso la completa approvazione della Legge sul Commercio Equo e Solidale, una gestazione che dura da oltre 10 anni e che, nonostante l’ampio consenso, ancora non riesce a vedere la luce”.
“Attendiamo fiduciosi gli esiti delle votazioni finali per poter capire come andrà avanti il percorso per il riconoscimento del Commercio Equo e Solidale nel nostro Paese”.

Vuoi saperne di più? Consulta l’iter della legge fino al 2016 e il testo approvato alla Camera

“Made in Carcere”: una seconda chance per le donne detenute

L. è italiana, ha 35 anni e sta scontando una pena di trent’anni; ha la stessa età di F., condannata a tre anni e sei mesi, che dopo due anni di carcere ha ottenuto la libertà vigilata.
Le loro storie “indicibili” le raccontano gli accessori, le borse, i gadget realizzati con le loro stesse mani all’interno del carcere di massima sicurezza Borgo San Nicola di Lecce e nel carcere di Trani. E’ così che una storia di ordinaria emarginazione si trasforma in una “bella storia da raccontare”, quella del marchio Made in Carcere creato dalla Cooperativa Sociale Officina Creativa di Lequile (Lecce).

Lo scopo principale di Made in Carcere è di diffondere la filosofia della “Seconda opportunità” per le donne detenute e della “Doppia vita” per i tessuti: le une scoprendo il proprio potenziale d’azione, gli altri rinascendo a nuova vita e assumendo un valore sociale. Le materie prime infatti sono costituite da materiali di scarto, campionari offerti da aziende italiane “amiche” o stock di rimanenze di magazzino.
Il risultato è un manufatto “utile e futile” dallo stile giovanile e originale, ironico e accattivante, che piacerà a chi cerca all’eleganza ma condivide anche l’idea che “non occorre produrre altro, è possibile rigenerare ciò che c’è”.

Le detenute coinvolte nel progetto sono una ventina: a loro è stato proposto un percorso formativo mirato a sviluppare competenze preziose per il loro futuro reinserimento nella società, ma anche a dare dignità alla loro condizione di recluse. Ogni borsa, ogni accessorio, diventa un mezzo per far uscire un pezzo di se stesse “là fuori” e un modo concreto per guadagnare uno stipendio con cui aiutare le proprie famiglie, crescere i figli e spezzare il circolo vizioso dell’emarginazione.

Il modello è quello dell’economia circolare, dove tutti sono protagonisti e tutti vincono: le detenute, l’ambiente, la comunità, e quella parte di mercato che saprà sensibilizzarsi a questi temi.

Dal Kenya i gioielli della speranza

In swahili significa “fede”, “fiducia” e rappresenta davvero una speranza per tante persone, specialmente donne, colpite dal virus HIV. Imani è una micro-impresa sociale nata da un primo nucleo di pazienti sieropositivi seguiti da AMPATH nel Kenya occidentale, e precisamente nella città di Eldoret (quinto centro urbano per importanza nel paese africano, che detiene però l’attuale record di crescita urbana). Con questa interessante e combattiva realtà, AQ ha instaurato un rapporto di commercializzazione dei prodotti che riguarda per ora gli articoli di bigiotteria.

Imani nasce dalla constatazione che fornire farmaci anti-retrovirali ai pazienti affetti da HIV non è sufficiente: occorre un approccio globale che prenda in carico i malati nella complessità della loro vita familiare, prima tra tutte la necessità di sostentarsi e di occuparsi della sopravvivenza e del benessere dei bambini. Da qui l’idea, che si è concretizzata nel 2004-2005, di creare un laboratorio artigianale orientato alla vendita dei manufatti, in grado di creare valore economico e sociale per la comunità.
Oggi Imani è un laboratorio e centro di formazione che raccoglie intorno a sé artigiani – per la maggior parte donne colpite dal virus o con figli malati oppure rimaste vedove – capaci di creare articoli molto vari utilizzando ceramiche indigene, carta riciclata, piante locali, tessuti.

Tutto è prezioso e, con la giusta abilità, può essere trasformato in altro: la carta dei documenti sanitari diventa materiale per fare orecchini e collane, biglietti d’auguri e quaderni; gli scampoli di tessuto diventano articoli di sartoria, camici e lenzuola in un sapiente mix di capacità ed entusiasmo.

Il 100% del reddito guadagnato attraverso le vendite viene reinvestito nel laboratorio, che a sua volta crea lavoro, possibilità di formazione e altre forme di empowerment per gli abitanti di Eldoret e delle zone rurali circostanti. Un’iniezione di “valore” che inizia a farsi sentire: non sono pochi infatti gli artigiani che – formatisi nel laboratorio di Imani – hanno poi avviato una propria attività e oggi operano in stretta collaborazione con il laboratorio principale, in quello che è ormai un piccolo indotto nella contea occidentale di Uasin Gishu.

Su Imani le cose che mi hanno colpito di più a livello di sensazioni, al di là delle analisi, sono diverse – racconta Marcella di AQ, che ad agosto 2016 è stata in visita a Eldoret. “Una grande coesione del gruppo e l’allegria ed energia che si respirano entrando nel laboratorio (le pareti interne e esterne sono dipinte dagli stessi artigiani e trasmettono molta vitalità all’ambiente); e poi la preponderanza di donne non solo in produzione ma anche nella gestione e nelle pubbliche relazioni”.

Sentendo le loro storie capisci che ne hanno passate tante, sia dal punto di vista familiare e sociale che da quello della salute. Tutte sono molto legate all’organizzazione e al gruppo che le ha aiutate non solo dal punto di vista materiale ma soprattutto emotivo e nel reinserimento nella società. Un altro risultato notevole è l’aver stimolato la nascita di diversi micro laboratori autonomi di sartoria e bigiotteria artigianale che danno a diverse famiglie – e soprattutto alle ragazze madri coinvolte nei programmi di formazione – la possibilità di contare su un piccolo reddito stabile”.

Machines: gli uomini e le macchine in una fabbrica tessile del Gujarat

Dopo The true cost un altro film racconta i retroscena crudeli del sistema moda. Ai primi di agosto è infatti uscito Machines del regista indiano Rahul Jain che mostra la quotidianità in una fabbrica di tessuti nella regione del Gujarat degli operai che lavorano per 12 ore guadagnando l’equivalente di 3 dollari al giorno. Ne parliamo riprendendo un articolo del Guardian (che potete leggere per intero qui)
Le macchine del titolo sono i compagni d’acciaio e cemento degli operai, su cui è necessaria l’abilità delle mani umane per garantire che il colorante non goccioli, che il tessuto non si incastri, che il processo continui. Uomini e ragazzi mescolano metodicamente enormi recipienti di sostanze chimiche tossiche (senza guanti o maschere) e coloranti arancioni a mano, con la precisione degli chef di pasticceria. “Dio ci ha dato mani, quindi dobbiamo lavorare”, spiega uno dei molti operai senza nome del film. Si tratta di una produzione cinematografica esplicitamente politica, di denuncia e di richiesta, allo stesso tempo, di condizioni più dignitose, di una migliore retribuzione e ore ragionevoli. Il regista lascia parlare gli operai, anche quando il loro fatalismo diventa scomodo da testimoniare e sembrano quasi non vedere lo sfruttamento di cui sono vittime. “Non esistono altre opzioni”, dice un lavoratore a Jain. “La povertà è questa. Non c’è cura”. (-> trailer)

Noi pensiamo che la cura però ci possa essere e che provenga da un cambiamento radicale del sistema moda e delle filiere produttive. Un cambiamento possibile come testimonia il nostro progetto di abbigliamento etico Trame di Storie: un progetto che noi vogliamo raccontare in ogni passaggio, attraverso quello strumento così caratteristico del commercio equo che sono i prezzi trasparenti.
Qui vi proponiamo quelli di alcuni capi rappresentativi dell’ultima collezione: una maglia in cotone bio e un paio di pantaloni in velluto, entrambi realizzati in India. Qui invece trovate quelli di un capo in lana fatto dalle donne di Salinas, in Ecuador.

PREZZI TRASPARENTI MAGLIA SWEET E PANTALONI WOOD – COLLEZIONE TRAME DI STORIE AUTUNNO-INVERNO 2017-2018
Auromira-pantaloni-settembre2017
Assisigarments-maglia-settembre2017

Nuova collezione in lana e prezzo trasparente


Colore, morbidezza e originalità: sono le caratteristiche dei prodotti che compongono la linea in lana realizzata dalle donne di Salinas, in Ecuador.
La collezione comprende prevalentemente accessori, i cui colori sono stati studiati per essere anche coordinati e abbinati alla collezione abbigliamento: ecco un bellissimo mostarda, un brillante turchese, un elegante grigio cenere, oltre a melange di arancio, verde.
La linea è composta da berretti di varie fogge (basco, beanie, con pon pon, a forma di animale per i bambini), gloveletty, i guanti senza dita che coprono il polso, scaldacollo e un gilet dalla linea molto originale, che può essere portato aperto o chiuso da spilla.
Tutti i capi sono realizzati a mano dalle donne di Salinas, un paese dell’Ecuador occidentale, situato lungo la cordigliera delle Ande, ai piedi del vulcano Chimborazo. La lavorazione della lana è sviluppata prevalentemente dalle donne. L’Asociación de desarollo social de artesanos “Texal” è nata nel 1976 con l’obiettivo principale di costruire una prospettiva lavorativa per le donne disoccupate e analfabete. L’associazione utilizza materiali e tecniche tradizionali, creando maglioni, sciarpe e altre forme di artigianato tessile rispettose dell’ambiente e del lavoro femminile. La tracciabilità della filiera della lana è un altro degli aspetti importanti del
progetto: le pecore pascolano sui prati dei villaggi vicini, la loro lana viene filata alla filanda del paese, dove le donne la acquistano e la utilizzano per confezionare caldi capi di abbigliamento. Le donne creano anche cestini in paglia, raccogliendo sui prati l’erba dell’altopiano desertico andino, seccandola, ripulendola e infine intrecciano con l’ago e un’altra fibra vegetale, la cabuya, creando dei cestini resistenti e di qualità.
Queste opportunità lavorative per le donne altrimenti escluse dal mercato permettono loro di esprimere creatività e libertà al di fuori delle mura domestiche e di garantire un apporto economico alla famiglia offrendo momenti d’incontro e confronto in un ambiente rurale dove il ruolo della donna non è valorizzato.

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lana2018