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Covid-19 – Proteggere i lavoratori precari



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La crisi sanitaria di dimensioni globali sta danneggiando in particolare i lavoratori, a tutti i livelli delle catene globali di fornitura. Ciò non solo per i rischi collegati alla salute come spiega l’articolo dell’ ITUC e del Business & Human Rights Resource Centre che abbiamo tradotto.

E’ TEMPO PER GOVERNI, MARCHI E DATORI DI LAVORO DI PROTEGGERE LE LORO FILIERE E I RELATIVI LAVORATORI PRECARI DALLE DIFFICOLTA’ LEGATE ALL’INFEZIONE.

09/03/20 – Sharan Burrow, General Secretary of the ITUC, Phil Bloomer, Executive Director of Business & Human Rights Resource Centre

Devono essere prese delle misure per proteggere i lavoratori e le imprese, scrivono Sharan Burrow e Phil Bloomer.
Man mano che l’impatto sui diritti umani dovuto all’epidemia sta guadagnando attenzione, ci rendiamo conto come per l’ennesima volta le filiere e i lavoratori in prima linea, assieme a le schiere di precari e lavoratori informali, stiano sopportando l’impatto più intenso della crisi. Istituti quelli ITUC e + Business & Human Rights Resource Centre stanno ricevendo un crescete numero di relazioni preoccupanti rispetto a licenziamenti senza alcuna protezione sociale; sostegni minimi o assento per chi è costretto all’auto-quarantena, lavoratori che non ricevono gli stessi presidi protettivi come invece i clienti.
Lavoratori in Asia informano di un’accelerazione nei licenziamenti di massa a causa di chiusura delle fabbriche o di riduzione delle operazioni, mano a mano che si evidenzia una diffusione del virus. Si hanno notizie di aziende che hanno chiuso usando il COVID-19 come pretesto per eludere dispute sindacali in corso. Ma si è anche saputo di operatori sanitari resi vulnerabili all’infezione a causa delle precauzioni inadeguate prese dagli altri impiegati.
Le imprese stanno sperimentando una contrazione dei fatturati, con l’UNCTAD che sottolinea come le 5000 principali imprese multinazionali stiano rivedendo al ribasso i loro profitti in media del 9%. Le ditte del comparto automobilistico prevedono un crollo del 40%, mentre le industrie dell’energia e delle materie prime caleranno di un dato attorno al 13%.
Le prime evidenze sembrano indicare come vi sia un drappello di compagnie leader che stiano agendo prontamente per proteggere i loro impiegati, offrendo loro opzioni di lavoro flessibile. Altre, nei servizi, si sono impegnate a mantenere il livello salariale dei lavoratori ad ora o impiegati con subcontratto, malgrado la riduzione della domanda di servizi.
Allo stesso modo i governi dei paesi leader a livello internazionale stanno prendendo le prime misure per mitigare le difficoltà cui devono fare fronte i lavoratori contagiati o licenziati e le loro famiglie. Misure che tra l’altro devono anche essere atte a ridurre i rischi di trasmissione. Ma non si è ancora notata questo genere di considerazione per i lavoratori che lavorano ai piani bassi della filiera, ai quali lavorano milioni di operai, spesso in maggioranza donne, che si guadagnano faticosamente da vivere e che sono al contempo il principale supporto per i malati delle loro famiglie e nelle loro comunità.
Ad esempio Confederazione Cambogiana del Lavoro la scorsa settimana ha documentato come 33 aziende abbiano fermato temporaneamente l’attività produttiva e sospeso i contratti di lavoro per oltre 17000 lavoratori. Se la disponibilità di materie prime dovesse ridursi, chiuderebbero centinaia di altre fabbriche entro la fine di marzo, coinvolgendo svariate migliaia di lavoratori. La situazione è aggravata dalla riduzione degli ordini dovuta al diffondersi del virus nei principali paesi europei e negli USA, i principali mercati delle aziende dell’aera in questione.
In risposta alle serrate delle aziende, il Governo Cambogiano ha annunciato che alle stesse sarà concesso un rinvio sul pagamento delle tasse, nel caso possano dimostrare che il loro mercato è stato danneggiato dagli effetti del COVID-9 (o che la Comunità Europea dovesse sospendere l’attuale sistema delle preferenze). Ai lavoratori delle stesse aziende dovrebbe essere concesso il 60% dell’attuale salario, il 20% del quale corrisposto dal governo ed il restante 40% dai datori di lavoro. Quest’iniziativa è di certo la benvenuta. Ma va considerato che la maggior parte di questi lavoratori fanno già oggi affidamento sugli straordinari per mettere assieme un reddito che permetta loro di soppravvivere. Un taglio del 40% dei salari ne peggiorerebbe le già esistenti privazioni. Ma peggio ancora, esiste un considerevole rischio che le fabbriche in questione non riducano la produzione, bensì chiudano del tutto le fabbriche, con l’obiettivo di non pagare nemmeno i salari ridotti.
Allo stesso modo in cui i governi stanno estendendo i sostegni alle imprese, la ITUC sta richiamando l’attenzione dei governi e delle istituzioni internazionali affinché considerino come vitali dei pacchetti di stimolo e sostegno al reddito delle famiglie, indispensabili per queste ultime e dei quali beneficerebbero a loro volta le imprese. In ciò dimostrerebbero di aver colto la lezione derivata dalla crisi finanziaria del 2008/2009, ossia di non fermarsi al mero sostegno delle banche e delle istituzioni finanziarie. Ciò significherebbe dirigersi verso il ripensamento dello sviluppo economico in quanto maggiormente sostenibile ed equo.
In contemporanea I brand della moda più responsabili che già acquistano da aziende cambogiane dovrebbero prendere delle misure per proteggere i lavoratori delle filiere dalle quali si riforniscono. Ma fino ad ora pochissimi hanno fatto dichiarazioni pubbliche in proposito. Mentre per le aziende meno scrupolose la filiera è già disegnata in modo da assicurare alle stesse aziende che possano in ogni momento darsela a gambe e scaricando i costi sulle manifatture e ai lavoratori.
Lo stesso modello sta emergendo un po’ in tutta l’Asia, con testimonianze di numerose fabbriche che minacciano la chiusura nelle Filippine, Myanmar (20 hanno chiuso la scorsa settimana nella sola Yangon), Bangladesh and Sri LanKa (la scorsa settimana 50 fabbriche erano sotto la minaccia di chiusura imminente). In questi Paesi sia i governi che gli industriali sono stranamente silenti relativamente alle misure da prendere per proteggere i lavoratori sia dall’epidemia che dal crescente livello di povertà che ad essa si lega
I luoghi di lavoro sono la prima linea nella battaglia per ridurre la diffusione del COVID-19. La TUC si sta adoperando per sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica affinché vengano prese misure urgenti tali da assicurare ai lavoratori che dovessero sviluppare dei sintomi la possibilità di ricevere cure adeguate, di usufruire di un periodo congruo di malattia senza il timore di perdere il proprio lavoro e il proprio salario. Allo stesso modo le ditte devono mostrare un di assumersi un dovere di cura (ossia applicare le misure appena menzionate) nei confronti dei loro dipendenti, inclusi i lavoratori migranti.
In Vietnam si stima che 5000 lavoratori di una fabbrica di pelouche e simili sia scesa in sciopero per tre giorni in quanto alcuni dei loro colleghi cinesi, di ritorno dai festeggiamenti del carnevale cinese in Cina, pare non fossero stati adeguatamente tenuti in quarantena. In Nepal il governo ha emesso un avviso ai lavoratori di non viaggiare per lavoro in Corea del Sud e nel Medio Oriente. Alcuni lavoratori sono stati deportati. Questo in quanto il Nepal è stato dichiarato dall’OMS come “paese vulnerabile alle epidemie”.

I lavoratori della GiG economy, generalmente precari “self-employed” e impropriamente classificati sono tra quelli che subiscono le peggiori conseguenze, così come riassunto da un lavoratore britannico: “se io mi ammalo sono rovinato… noi lavoratori della Gig economy non possiamo permetterci di ammalarci. Nel mio conto in banca ci sono circa 4 sterline al momento”. Il pericolo risiede nella possibilità che questi lavoratori in circostanze come quella attuale possano sentirsi obbligati ad andare a lavoro pur avendo contratto il virus, mettendo a repentaglio la propria salute e la salute di coloro con cui vengono in contatto.
Ma fortunatamente troviamo anche qualche buona notizia. Hubei, la provincia al centro dello sviluppo dell’epidemia da COVID-19 in Cina, ha previsto di riprendere i normali ritmi di produzione dall’11 marzo. Ciò da a tutti i lavoratori nel mondo la speranza che se i governi prendono misure adeguate, e con la piena collaborazione dei lavoratori e dei clienti internazionali, questa epidemia possa essere sconfitta. Sebbene le sofferenze di molti lavoratori nel mondo e delle loro famiglie al momento siano tanto reali quanto non necessarie (se fossero sostenute da politiche minime di sostegno), esse possano essere limitate nel tempo.

Quando cambia un prezzo: l’aumento delle tisane Ayurvethica


Dopo ben 8 anni le tisane sono leggermente aumentate e qui vogliamo spiegarvi il perché!
L’ultima volta che avevamo fatto un adeguamente del prezzo risale addirittura al 2011, quell’anno infatti passarono da 1,90 euro della “nascita” ai 2 euro. Negli anni successivi abbiamo deciso di lasciare il costo invariato, nonostante alcuni aumenti di materie prime e lavorazione iniziassero a farsi sentire. A inizio di quest’anno, però, la necessità di un aumento è diventata inevitabile e soprattutto per motivi di mantenimento della qualità del prodotto, in termini di ingredienti, di produzione, di confezionamento: le tisane classiche passano da € 2.00 a € 2.30. Restano invariati gli integratori in capsule, la scatola Collection e i rooibos Afrotea.
L’aumento di prezzo delle materie prime è dovuto a vari fattori:
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- l’aumento del costo del lavoro in India, cosa di cui siamo molto felici, perchè significa un miglioramento delle condizioni dei produttori
- l’aumento dei costi di analisi: abbiamo deciso di effettuare maggiori controlli soprattutto dal punto di vista microbiologico
- l’aumento dei costi del materiale di confezionamento, per garantire packaging che mantengano nel tempo le caratteristiche delle tisane.

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Biogiotteria in semi della foresta

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