{"id":1605,"date":"2012-01-04T20:42:51","date_gmt":"2012-01-04T19:42:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.altraqblog.it\/?p=1605"},"modified":"2012-01-04T20:49:22","modified_gmt":"2012-01-04T19:49:22","slug":"dove-va-il-commercio-equo-internazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.altraqblog.it\/?p=1605","title":{"rendered":"Dove va il commercio equo internazionale?"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/images1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/images1-150x150.jpg\" alt=\"\" title=\"images\" width=\"150\" height=\"150\" class=\"aligncenter size-thumbnail wp-image-1627\" srcset=\"https:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/images1-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2012\/01\/images1.jpg 225w\" sizes=\"(max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>In questi giorni il mondo del commercio equo internazionale \u00e8 stato scosso da una lacerazione: <strong>Fair Trade Usa<\/strong> (che rappresenta un terzo del mercato del commercio equo), <strong>\u00e8 uscita da Fair Trade International<\/strong>. La causa della scissione \u00e8 una divergenza tra le due anime (e tra i due fondatori storici) del commercio equo: da un lato Nico Roozen spinge per un\u2019<strong>apertura sempre maggiore al mercato e alle multinazionali,<\/strong> in nome di una fair trade di massa, dall\u2019altra il missionario olandese <strong>Frans van der Hoff critica i compromessi con le multinazionali <\/strong>che annacquano il concetto di commercio equo. La questione diventa ancora pi\u00f9 problematica se contestualizzata nei giorni dello <a href=\"http:\/\/www.bloomberg.com\/news\/2011-12-15\/victoria-s-secret-revealed-in-child-picking-burkina-faso-cotton.html\">scandalo Victoria&#8217;s Secrets <\/a>(lavoro minorile in campi di cotone certificati fair trade, per dirla brevemente). Il 2 gennaio Repubblica esce con un lungo articolo che vuole raccontare (anche se con un fare tendenzioso e alcune imprecisioni) la scissione, le sue contraddizioni e i suoi effetti sul commercio equo internazionale. Ve lo proponiamo di seguito, consigliandovi di leggere anche il <a href=\"http:\/\/www.facebook.com\/notes\/agices\/agices-interviene-dopo-la-pubblicazione-dellarticolo-se-c%C3%A8-troppa-multinazionale\/333672859984865\">comunicato stampa di Agices<\/a> che completa e chiarisce la questione analizzando lo stato del commercio equo in Italia.Come si legge nel comunicato di AGICES, riteniamo che parlare di \u201capertura\u201d rischi di porre la questione nei termini sbagliati, ossia in una prospettiva secondo la quale \u201caprire\u201d \u00e8 bene (progressista, evolutivo, ec.) mentre \u201cchiudere\u201d \u00e8 male (conservatore, estremista, ecc.). In realt\u00e0 la questione \u00e8 molto pi\u00f9 complessa e non riducibile ad una semplice dicotomia bene \u2013 male. Chiediamo ai lettori del nostro blog di leggere i contributi e, se credono, di inviarci i loro stimoli e commenti.<br \/>\n<\/em><br \/>\n<strong>Equo solidale o multinazionale?<\/strong><br \/>\ndi Angelo Aquaro, da Repubblica, 2 gennaio 2012<\/p>\n<p>La terza rivoluzione industriale riparte da dove era cominciata la prima: nei campi di cotone e di caff\u00e8. E&#8217; la rivoluzione del fair trade: il commercio equo e solidale. Un giro d&#8217;affari da 6 miliardi di dollari. Un tasso di crescita del 27 per cento annuo. Oltre 1 milione e 150mila contadini dei paesi pi\u00f9 poveri strappati alla miseria. Ma allora perch\u00e9 gli inventori di questa rivoluzionaria forma di commercio &#8211; e che regala al prodotto marchiato &#8220;fair trade&#8221; un 10 per cento in pi\u00f9 nelle vendite &#8211; si sono messi a litigare come i vecchi capitalisti di una volta? Dimenticate le colline della Silicon Valley &#8211; dove la seconda rivoluzione \u00e8 esplosa prepotente &#8211; e tornate a rivolgere lo sguardo alle piantagioni di tutto il pianeta: dal Nicaragua al Burkina Faso. \u00c8 qui che la rivoluzione dell&#8217;equo e solidale promette di riequilibrare la bilancia del commercio dalla parte dei contadini finora sottopagati. E arricchendo ancora di pi\u00f9 le tasche alle multinazionali: dalla Nestl\u00e9 in gi\u00f9. A scorgere i numeri sembra davvero un miracolo: Karl Marx a braccetto di Adam Smith. Solo che ultimamente il vecchio Adam sta cominciando ad accelerare un po&#8217; troppo il passo: e il buon Karl invece di stargli dietro continua a pizzicarsi dubbioso la barba.<br \/>\nDa ieri Fair Trade Usa \u00e8 uscita da Fair Trade International. Per la pi\u00f9 grande associazione del commercio equo e solidale del mondo \u00e8 pi\u00f9 di una perdita: \u00e8 un&#8217;amputazione. Con un giro d&#8217;affari di 1,8 miliardi di dollari gli americani costituiscono pi\u00f9 di un terzo di quel mercato da 5,8 miliardi di dollari in continua espansione. <!--more-->Per l&#8217;organizzazione che rappresenta 25 paesi, tra cui l&#8217;Italia, e garantisce il lavoro e la confezione equa e solidale di un centinaio di prodotti, \u00e8 un colpo che rischia di essere fatale. Ma non \u00e8 finita. La lite \u00e8 scoppiata perfino in seno al board di Fair Trade International. Dove i due fondatori si ritrovano l&#8217;un contro l&#8217;altro armati. E dall&#8217;America a Bonn, sede di Fair Trade International, il motivo del contendere \u00e8 sempre quello.Da una parte c&#8217;\u00e8 chi, come gli americani e come uno dei due fondatori del movimento, Nico Roozen, spinge per l&#8217;apertura al mercato e il coinvolgimento sempre maggiore delle multinazionali. Dall&#8217;altra c&#8217;\u00e8 chi sostiene che cos\u00ec facendo si tradisce il movimento: e il numero uno del partito della resistenza \u00e8 proprio l&#8217;altro fondatore, il missionario olandese Frans van der Hoff. \u00abI due padri fondatori si stanno portando su due posizioni diverse\u00bb confessa a Businessweek lo stesso Roozen, 58 anni, figlio di un coltivatore di tulipani, il prodotto che fece fiorire l&#8217;impero commerciale olandese ma il cui boom port\u00f2 anche alla prima bolla finanziaria del mondo. \u00abFrans critica Fair Trade perch\u00e9 sta facendo compromessi con le multinazionali come la Nestl\u00e9. E io critico Fair Trade perch\u00e9 non sta guidando il cammino verso il fair trade di massa\u00bb. \u00abStanno annacquando il concetto di equo\u00bb replica il missionario, che vive ancora oggi con i poveri coltivatori messicani dell&#8217;Oaxaca, i primi a essere beneficiati dal loro programma. L&#8217;intuizione che Roozen e van der Hoff ebbero in un supermarket di Utrecht nel 1985 era ingegnosa. Aiutare i piccoli produttori a trovare uno sbocco commerciale senza finire tra gli aguzzini della grande distribuzione. E soprattutto favorire una produzione pi\u00f9 equa garantendo un prezzo minimo e un &#8220;premium&#8221; da investire in progetti di miglioramento sociale: dalla sanit\u00e0 all&#8217;istruzione. I produttori che avrebbero accettato le regole del gioco sarebbero stati etichettati appunto come fair trade. E il consumatore sempre pi\u00f9 attento e socialmente responsabile avrebbe cos\u00ec favorito quei prodotti finalmente &#8220;assicurati&#8221;.La rivoluzione ha funzionato cos\u00ec bene che oggi il commercio equo \u00e8 garantito da circa 200 marchi: fino a quelle Botteghe del Mondo conosciute anche in Italia, per esempio, che distribuiscono prodotti certificati equi dall&#8217;associazione Altromercato. Ma Fair Trade resta ovviamente il colosso mondiale. &#8220;Too big to fail&#8221; come dicono gli economisti a proposito delle banche che hanno tenuto in ostaggio Wall Street: troppo grande per fallire. Se il colosso collassa crolla l&#8217;intera impalcatura dell&#8217;equo solidale. E la scissione americana \u00e8 la prima scossa del terremoto che verr\u00e0. Dal primo gennaio Fair Trade Usa etichetter\u00e0 i prodotti equi col proprio marchio. Il presidente Paul Rice ha spiegato al New York Times la scelta come una svolta anche questa rivoluzionaria: \u00abVogliamo che resti un movimento piccolo e puro o vogliamo assicurare il commercio equo per tutti?\u00bb. Commercio equo per tutti vuol dire per\u00f2 rivedere le regole. La ricetta con cui gli americani giurano di raddoppiare entro il 2015 la quota di mercato per la verit\u00e0 \u00e8 meno ingegnosa ma indubbiamente ancora pi\u00f9 efficace di quella escogitata una trentina d&#8217;anni fa dai padri fondatori olandesi. Dare l&#8217;etichetta di fair trade anche alle grandi piantagioni che accettano di sottostare alle regole del fair trade &#8211; a scapito ovviamente dei piccoli produttori. E poi abbassare la soglia degli ingredienti necessari per etichettare un prodotto &#8220;equo&#8221; dal 20 al 10 per cento. Il meccanismo \u00e8 pensato per aumentare la partecipazione nel mercato dei colossi Starbucks, WalMart, Nestl\u00e9. Il caff\u00e8 costituisce il 70 per cento dell&#8217;intera produzione fair trade negli Usa. E la scoperta che l&#8217;equo e solidale vende ha fatto salire gli investimenti dei big: la quota fair di Starbucks &#8211; il pi\u00f9 grande negozio di caff\u00e8 del mondo &#8211; sfiora gi\u00e0 il 10 per cento ed \u00e8 in continua crescita. Ma i piccoli importatori che hanno fatto del commercio equo il loro credo non ci stanno.\u00abStarbucks, Green Mountain e altri grandi marchi potranno diventare al 100 per 100 fair trade non perch\u00e9 hanno cambiato il loro modo di fare business ma perch\u00e9 Fair Trade Usa ha cambiato le regole del gioco\u00bb: \u00e8 l&#8217;accusa che viene appunto da Dean Cyon, il fondatore di Dean&#8217;s Benas Organic Coffe Company, una piccola compagnia del Massachusetts. \u00abI coltivatori delle grandi piantagioni sono i veri ultimi del mondo\u00bb, ribatte Rice: \u00abCos\u00ec potremo invece costringere i padroni ad applicare le regole\u00bb. E in Italia? Il mercato \u00e8 ancora piccolo ma in crescita con un aumento del 15 per cento e un giro d&#8217;affari da 56 milioni di euro all&#8217;anno. E grandi marchi da Feltrinelli alla Coop e alla Conad gi\u00e0 scesi in campo. Lo scossone americano provocher\u00e0 qualcosa? \u00abTroppo facile tirarsi fuori\u00bb dice a Repubblica Paolo Pastore, il direttore di Fair Trade Italia. \u00abAbbiamo sperato fino all&#8217;ultimo che il divorzio non si consumasse e io stesso ne ho discusso con Paul Rice\u00bb. Il problema sar\u00e0 adesso per quei marchi Usa che vengono anche esportati in Italia: come il gelato Ben &#038; Jerry&#8217;s. \u00abGiocoforza non potranno abbandonare Fair Trade International: non possono rinunciare al mercato europeo\u00bb. Che insieme all&#8217;Australia e al Giappone costituisce gli altri due terzi della fetta fair trade. La lite insomma non pu\u00f2 far bene al movimento. Che in questi giorni ha dovuto anche difendersi da un&#8217;altra bufera: lo scandalo scoperto delle finte certificazioni dei produttori del Burkina Faso &#8211; schiave bambine per raccogliere il cotone che finiva nei reggiseni n\u00e9 equi n\u00e9 solidali di Victoria&#8217;s Secret. Un orrore come quelli denunciati da Conor Woodman: il giornalista che in &#8220;Unfair Trade&#8221; ha raccontato &#8211; recita il sottotitolo &#8211; \u00abcome il Big Business sfrutta i pi\u00f9 poveri del mondo\u00bb. Per carit\u00e0: ogni rivoluzione ha le sue vittime. Riuscir\u00e0 la terza rivoluzione industriale a mantenere le sue promesse di liberazione?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questi giorni il mondo del commercio equo internazionale \u00e8 stato scosso da una lacerazione: Fair Trade Usa (che rappresenta un terzo del mercato del commercio equo), \u00e8 uscita da [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[50],"tags":[],"class_list":["post-1605","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-materiali"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1605"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1605"}],"version-history":[{"count":18,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1605\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1628,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1605\/revisions\/1628"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1605"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1605"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.altraqblog.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1605"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}