{"id":1044,"date":"2010-09-28T08:07:38","date_gmt":"2010-09-28T07:07:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.altraqblog.it\/?p=1044"},"modified":"2010-09-28T08:07:38","modified_gmt":"2010-09-28T07:07:38","slug":"e-se-finisse-il-cotone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.altraqblog.it\/?p=1044","title":{"rendered":"E se finisse il cotone?"},"content":{"rendered":"<p><em>Da un articolo di Marinella Correggia su Il Manifesto del 25 settembre 2010<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/2-cotton.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1045\" title=\"cotton\" src=\"http:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/2-cotton-300x180.jpg\" alt=\"cotton\" width=\"300\" height=\"180\" srcset=\"https:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/2-cotton-300x180.jpg 300w, https:\/\/www.altraqblog.it\/wp-content\/uploads\/2010\/09\/2-cotton.jpg 560w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Allarme cotone. Tre dei quattro maggiori produttori mondiali &#8211; <strong>Cina, Usa, India e Pakistan<\/strong> forniscono il 70% del totale &#8211; sono <strong>funestati da rovesci climatici. <\/strong>Molti campi in Pakistan sono <strong>azzerati dalle alluvioni.<\/strong> La Cina (che \u00e8 anche la principale consumatrice mondiale in quanto \u00abfabbrica del mondo\u00bb) \u00e8 colpita dalla <strong>siccit\u00e0.<\/strong> Quanto all&#8217;India (la principale esportatrice mondiale), il suo cotone \u00e8 minacciato da una stagione monsonica insolitamente lunga; del resto il paese gi\u00e0 in passato ha annunciato una riduzione delle esportazioni per evitare carenze di materia prima all&#8217;interno. A queste circostanze si aggiunge l<strong>&#8216;aumento del consumo di fibre tessili<\/strong>: una combinazione di fattori ambientali ed economici sta portando a una certa penuria internazionale di questa fibra data per scontata.<br \/>\nSe ne \u00e8 parlato perfino alla Fiera della moda a Londra ed \u00e8 un fatto nuovo perch\u00e9 gli stilisti non si sono mai interessati granch\u00e9 dei campi e dei lavoratori che coltivano le fibre da essi utilizzate. N\u00e9 si sono mai preoccupati della <strong>concorrenza slealissima<\/strong> che il <strong>pubblicamente sovvenzionato cotone statunitense <\/strong>esercita nei confronti dei cotonicoltori africani, privi di qualunque aiuto pubblico.<br \/>\nLo spettro della scarsit\u00e0 dovrebbe far riflettere. <strong>Forse \u00e8 finita l&#8217;epoca dell&#8217;abbigliamento usa e getta<\/strong>, economico &#8211; quando non si aggiunge la \u00abcresta\u00bb della firma &#8211; e subito rottamato per i continui cambiamenti di forma e colore dettati dalla \u00abmoda\u00bb.<br \/>\nGli abiti sono a buon mercato sia per le <strong>scarse paghe dei lavoratori tessili del Sud del mondo<\/strong>, sia per il <strong>basso prezzo della materia prima<\/strong>, <strong>che nasconde elevati costi ambientali e sociali<\/strong>. Il cotone ha in effetti virt\u00f9 e difetti. \u00c8 chiamato da un economista francese \u00abil maiale della botanica\u00bb, nel senso che della pianta si usa tutto, anche i semi per farne olio. Se coltivato in modo appropriato e su scala minore potrebbe essere davvero utile. Ma attualmente \u00e8 una commodity internazionale a basso prezzo dalla quale spesso milioni di piccoli coltivatori del sud del mondo ricavano solo debiti con i venditori di semi e pesticidi &#8211; sono cotonicoltori molti dei contadini indiani che si tolgono la vita. Del resto la coltura richiede un elevato impiego di acqua e sostanze nutritive ed \u00e8 molto sensibile ai parassiti (dunque \u00e8 abbondantemente irrorata di pesticidi). In Uzbekistan, poi, \u00e8 notorio il cotone \u00e8 tuttora raccolto da lavoro infantile coatto.<br \/>\nInvece, nel <strong>cotone biologico ed equo la formazione del prezzo e addirittura l&#8217;ideazione delle collezioni parte dalla garanzia di un reddito sufficiente per i produttori e dall&#8217;individuazione di modi di coltivare sostenibili<\/strong>. Nel mercato convenzionale \u00e8 il contrario: si cerca e si trova la fibra pi\u00f9 a buon mercato. Una camicia di cotone bioequo di qualit\u00e0 contiene fino a 500 grammi di fibra, rispetto ai soli 50 di una maglietta ordinaria che contiene prodotti di finitura e colori chimici, talvolta cos\u00ec mefitici da essere in grado di inquinare le acque di intere citt\u00e0 \u00abtessili\u00bb. La qualit\u00e0 ecoequa costa (parecchio) di pi\u00f9 e dura di pi\u00f9: diversi anni anzich\u00e9 qualche lavaggio. Rimane in gran parte da esplorare anzi da riscoprire il mondo delle fibre tessili vegetali alternative al cotone: il \u00ablino di Nuova Zelanda\u00bb (Phormium tenax) che \u00e8 una pianta perenne &#8211; non annuale &#8211; e produce una fibra di alta qualit\u00e0 risparmiando acqua, degrado dei suoli e input chimici. E l&#8217;eterna canapa.<br \/>\n<strong>In ogni caso occorrer\u00e0 che la moda universale cambi: <\/strong>meno abiti (dunque meno fibre), pi\u00f9 durevoli e senza sfruttamento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da un articolo di Marinella Correggia su Il Manifesto del 25 settembre 2010 Allarme cotone. 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