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C’è moda e moda: il lusso di avere un sindacato
Pubblicato da chiara
Mondi paralleli: arriva proprio mentre stiamo mettendo a punto gli ultimi dettagli della nuova collezione di Trame di Storie, la notizia divulgata da Abiti Puliti: c’è molta preoccupazione per la campagna intimidatoria in corso nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici turche che producono per alcuni tra i più famosi marchi europei del lusso. Secondo una inchiesta pubblicata su l’Unità’ di ieri, i lavoratori della DESA, che produce oggetti di pelletteria per Prada (e il suo marchio MIU MIU), Mulberry, Louis Vuitton, Aspinals of London, Nicole Fahri, Luella e Samsonite, sono costretti a estenuanti orari di lavoro, bassi salari e condizioni pessime. Negli ultimi sei mesi l’azienda ha condotto una campagna di intimidazioni e minacce contro l’organizzazione sindacale formata dai lavoratori e dalle lavoratrici per fare valere i propri diritti. Sul sito della campagna Abiti Puliti trovate tutta la notizia.
Non solo il lusso fa danni: non c’è differenza tra il mondo delle griffe e quello della moda alla portata di tutti se non c’è attenzione nei confronti di chi produce o dell’ambiente Anche la moda “low cost” ha le sue ombre e non sono da meno di quella super lusso, come riporta un interessante articolo di Repubblica.it di qualche mese fa intitolato “McFashion” fa male al pianeta così inquina l’abito usa e getta.
Il Pil, l’energia e il secchio bucato: una intervista a Pallante
Pubblicato da chiara
Dal sito Quale Energia.it promosso da Legambiente e Kyoto Club l’ interessante intervista ad uno de principali esperti di descrescita, Maurizio Pallante, autore anche di La decrescita felice.
Estrapolo alcune righe su merci, beni e dispersione dei consumi.
“Mediamente per scaldare le case in Italia si consumano 20 litri di gasolio o 20 metri cubi di metano o 200 kWh a metro quadro all’anno. In Alto Adige, in Germania o in altri posti non si permette di costruire case che consumino più di 7 litri di gasolio, 7 metri cubi di metano o 70 kWh al metro quadro all’anno. Questo cosa vuol dire? Che una casa mal costruita che disperde i due terzi dell’energia fa crescere il Pil più di una ben costruita che consuma un terzo rispetto all’altra. Quindi, la decrescita si attua costruendo case che consumano 7 litri o ristrutturando le case esistenti affinché da 20 scendano a un consumo di 7. In questo modo si ha una decrescita del prodotto interno lordo perché diminuisce la produzione e il consumo di una merce (cioè i 13 litri di gasolio su 20) che non è un bene, perché non serve a scaldare la casa ma si disperde visto che la casa è mal costruita. Noi siamo in un sistema che misura il benessere sulla crescita del consumo di merci, senza andare ad analizzare se queste merci sono effettivamente dei beni o meno. Noi diciamo che la prima cosa da fare è diminuire la produzione e il consumo delle merci che non sono anche beni. ”
prima di aprire i rubinetti, pensaci due volte!
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P2V Pensaci due Volte è il progetto con il quale Edoardo Perri, l’amico designer che ha realizzato varie linee di artigianato equo solidale in collaborazione con Oxidos, Piel Acida, Artesa, è tra i vincitori del MiniDesignAward 2008 dal titolo Il futuro della città: l’Ambiente. Dare valore all’acqua. Come spiega lui stesso: “In un mondo che produce, e producendo inquina, non ho voluto creare un nuovo oggetto. Per una realta’ ambientale gia’ piena di messaggi ed istruzioni, non ho voluto lanciare un nuovo allarme. Pensaci due volte (P2V) e’ un rubinetto per le fontanelle di una citta’ che da’ valore alla coscienza collettiva e al senso di responsabilita’ di ciascun cittadino.” Per aprire l’acqua bisogna azionare entrambi i rubinetti, con un gesto che spezza l’abitudinarietà e porta quindi a nuove riflessioni, ad un uso meno impulsivo e più consapevole.
il 6% degli italiani mangia equo abitualmente
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Lo dice una indagine di Coldiretti-SGW presentata al termine del Salone del Gusto di Torino : il 6% degli italiani consuma con regolarità i prodotti alimentari del commercio equo e il 32% almeno qualche volta. Poteva andare peggio, ma c’è molto ancora da fare, come sfatare il mito del costo più alto dei prodotti equi, che ancora influisce sulle scelte, troppo spesso racchiudendoli in una stereotipata definizione di prodotti di nicchia. O anche diffondere la consapevolezza della qualità organolettica dei prodotti, della filiera certificata e garantita sia dal punto di vista etico che sanitario. I prodotti biologici non se la cavano molto meglio: nonostante l’Italia sia il primo paese europeo per produzione e il quinto nella classifica mondiale, lo stesso non accade per il consumo di prodotti bio, che pur essendo in crescita rimane lontano dai livelli raggiunti in paesi come Gran Bretagna e Germania.
Dall’assemblea Ifat Europe: un marchio unico per i prodotti del Commercio equo?
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Dal 25 al 27 settembre si è svolta a Roma la seconda assemblea di IFAT Europe la branca europea di IFAT (Internacional Federation of Alternative Trade) l’organizzazione internazionale che riunisce molte delle organizzazioni di commercio equo del mondo, sia di produttori che di importatori. L’assemblea è stata organizzata da AGICES, (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale) organismo che riunisce la maggior parte delle organizzazioni italiane di commercio equo (www.agices.org ) ed ha visto la partecipazione di 45 organizzazioni da Italia, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Gran Bretagna, Danimarca, Svezia e Ungheria, oltre a due rappresentanze di organizzazioni di produttori da Palestina e Kenya. I temi principali sui quali ci si è confrontati sono stati principalmente due:
- Lo SFTMS (Sustainable Fair Trade Management System)
- I criteri internazionali per le Botteghe del Mondo
Lo SFTMS è un sistema di norme finalizzato a fornire tutti i prodotti equosolidali (alimentari, artigianali, di manifattura) di un marchio garantito da IFAT. In tal modo, si ritiene, il prodotto equosolidale sarebbe al contempo garantito e più visibile sul mercato. Il percorso per la creazione di un marchio IFAT e del sistema per gestirlo è iniziato da tempo, ma ha subito un’accelerazione nell’ultimo anno, in seguito alla pressione dei principali soci asiatici di IFAT, riuniti nell’AFTF (Asia Fair Trade Forum ), che a seguito dell’empasse in cui versa il mercato dell’artigianato equosolidale stanno cercando strade alternative alle Botteghe del Mondo, sia in collaborazione con le organizzazioni di importazioni europee e statunitensi sia, chi ne ha la capacità, autonomamente.
Il documento redatto, se condivisibile nelle finalità (trovare ulteriori sbocchi commerciali a favore dei produttori equosolidali) a detta della maggior parte delle organizzazioni presenti denunciava diverse carenze, in gran parte dovute ad una redazione affretata e ad una carenza di approfondimento. Si è ritenuto come alcuni passaggi tendessero ad indebolire l’identità del commercio equo, rischiando di diluirne l’essenza imbarcando soggetti e valori eccessivamente sbilanciati verso il mercato tout court. Questioni quali la riduzione dei criteri da rispettare e l’apertura indifferenziata a qualsiasi soggetto, anche se non espressamente organizzazione di commercio equo hanno dato luogo ad una serie di risoluzioni che fondamentalmente chiedono di rivedere l’impianto dello SFTMS e di lavorare ad un approfondimento di diverse tematiche.
Rispetto ai criteri internazionali per le Botteghe del Mondo, si è trattato dell’avvio di un percorso che vorrebbe generare dei criteri unici a livello mondiale per i punti vendita che intendono definirsi Botteghe del Mondo, in qualsiasi continente. Sebbene, infatti, le Botteghe del Mondo siano un fenomeno emerso e sviluppatosi nei paesi occidentali, capita sempre più di frequente che organismi di commercio equo o di solidarietà riescano ad aprire i propri punti vendita equosolidali attraverso i quali vendere direttamente i loro prodotti e sensibilizzare i consumatori. Il dibattito è partito dalle norme esistenti da lungo periodo nei vari paesi europei, stilate dalle Organizzazioni delle Botteghe del Mondo dei vari stati (in Italia Assobotteghe ; a livello europeo NEWS ma nella consapevolezza che queste potranno essere solo la base attraverso la quale generare alcuni criteri comuni, che andranno poi declinati nelle varie realtà locali a seconda delle realtà socio-economiche, politiche ed organizzative.

